24 novembre 2009

lo scazzo paga

merda...sono le otto...
a che ora ho il volo?
alle nove.
merda. ce la faro'?
ma si, dai!
mamma e' sempre stata una tipa piuttosto ottimista.
ma sono le ottoooooooo!

saltiamo in macchina, guido io in una tipica mattina grigio-impiegatizia milanese ingolfata di colletti bianchi e giovani stagisti che cominciano le loro giornate in coda sulla circonvalla.
la tensione nell'abitacolo e' altissima, la mamma ansima, io bestemmio.
forse la mamma ansima perche' io bestemmio.
otto e venti, non siamo neanche a meta' strada.
cazzo, ho perso l'aereo.
ma no, dai!
l'ottimismo cieco della mamma aggiunge agitazione al mio nervosismo. quasi non mi sopporto da sola.
in preda al panico prendo una strada alternativa, a caso.
siamo perse in una di quelle vie anonime che non sono piu' citta' e non ancora periferia.
finalmente, viale forlanini. li' in fondo c'e' linate.
150 all'ora, mai andata cosi' veloce neanche in autostrada.
schizzo fuori, corro al check in. chiuso.
bestemmio.
la tipa al banco e' simpatica come una spremuta di limone.
mi suggerisce con un ghigno di provare a correre al gate, pregare in ginocchio e sperare che mi imbarchino lo stesso.
ai controlli di polizia ovviamente mi fermano.
non ho carta d'imbarco, dove voglio andare?
mi arrampico sui vetri meglio dell'uomo ragno, gli spiego che il traffico e' impazzito, il mondo e' una merda, il governo e' ladro, per non parlare delle cavallette e della carestia...e il volo parte tra dieci minuti.
perplessi, mi fanno scortare al gate da un agente.
la stavamo aspettando! mi fa il tipo con la ricetrasmittente in mano.
bene, ho vinto.
la radio gracchia qualcosa, il tipo dice 'bene, perfetto'.
dai che ho vinto.
non si puo' imbarcare, e' troppo tardi.
cazzo. ho perso.
sono sudata come fosse agosto, il mondo mi e' ostile, il mio unico amico e' un agente di polizia che mi scorta di nuovo oltre i controlli verso l'uscita.
eccomi qua, ancora regina nel regno della sfiga.
torno al check in, altra tipa simpatica come un carciofo nel culo: deve comprare un altro biglietto, vada in biglietteria o chiami il call center.
biglietteria: compri un altro biglietto, sono 130 euro, il volo parte tra sei ore.
non puo' essere, sto impazzendo.
call center, costo della chiamata 2 euro al minuto: deve comprare un altro biglietto.
i 2 euro peggio spesi della mia vita.
torno dentro.
sembro un cane appena abbandonato al guard rail.

chiamo la mamma.
sono una sfigata mamma, torno a casa.
ma no, dai, protesta!
fanculo all'ottimismo, neanche la mamma mi vuole.
busso alla porta dell'ufficio della compagnia aerea.
entro e ammonticchio i bagagli sull'elegante poltroncina frau.

sembro un rom appena sgomberato dal campo nomadi.
buongiorno, vorrei protestare. vibratamente.
un signore con la faccia da bradipo solleva due occhi molli oltre lo schermo del computer.
prego, protesti pure.
gli spiego scazzatissima il motivo della mia frustrazione.
e oltre a protestare, vorrebbe altro? dice lui
beh, vorrei partire senza dover comprare un altro biglietto.
bradipo prende il telefono e chiama qualcuno a cui racconta una storia di fantasia su una signorina che non hanno imbarcato per un loro errore e che dunque va giustamente spostata sul volo successivo senza costi aggiuntivi.
ehi, bradipo, sei un figo, grazie!
si figuri, se tutti protestassero come lei io verrei a lavorare con il sorriso.
non confido a bradipo che ero li' solo per passare del tempo e che quando protesto con convinzione sputo fiamme e lancio fulmini...esco e mi fumo una sigaretta.
passa un tipo a chiedere moneta.
sei venuto fino a linate per fare moneta? gli do due euro, alla faccia del call center. oggi e' diventata una giornata magnifica. passo le sei ore che mi separano dal decollo guardandomi intorno con un sorriso ebete.

quando atterro e' gia' buio.
quando arrivo al paesiello e' gia' notte.
mi sistemo nel 'mio' convento e subito mi incammino lungo la strada sterrata che costeggia i 'miei' passaggi a livello.
siamo fuori dal paesiello qui, non c'e' illuminazione pubblica.
il cielo e' un foglio nero con mille puntini da unire per scoprire cosa apparira'.
a un tratto un puntino si stacca e cade nel vuoto lasciando una scia luminosa.
una stella cadente a novembre?
non puo' essere, sto impazzendo.
no, eccone un'altra.
questo e' il paesiello, bentornata!
bella li, mi sei mancato anche tu.

musica: crazy days & crazy nights - almamegretta

15 novembre 2009

trainspotting

il treno e' la costante.
cambia il paesaggio, cambiano le facce, cambia l'emozione, cambia il treno. ma sempre treno resta.
ho passato giorni su un trenino diesel che viaggia su binari tutti curve, ora sono su un treno elettrico, grande e che va dritto.
in ogni caso, treno.
sto attraversando un'italia piovosa d'autunno, buco la pancia degli appennini, sfregio la guancia della padania e mi tuffo in laguna.
il cielo e' grigiofixo, quel colore tipico della citta' diffusa in cui il tuo smog si confonde con il mio inquinamento e insieme formano un background in cui gli umani si muovono come le vignette di cavandoli. una linea in grafica 2d.
mentre guardo fuori mi vedo riflessa nel vetro e mi accorgo di avere un sorriso che nasconde il resto della faccia, quello del chat perchè di chris marker.
sono contenta di essere tornata, sto andando a raggiungere la mamma, forse becco anche qualche amichetta, andro' al cinema, in libreria, nei centrisociali.
non vedro' un trattore ne' una pecora per quasi un mese.
disintossicazione.
countryside potrebbe essere il nome di una droga: 'stasera facciamo serata, due birrette, una busta di country di quella buona e poi a ballare'
in effetti da' assuefazione. piu' che altro manda in loop.
tipo guardare la lavatrice mentre centrifuga.
o guardare il cielo di sardegna inquadrato nella telecamera mentre si prepara al temporale.
ti vengono gli occhi a spirale come ser bis del libro della giungla.
senza piu' un dialogo con il resto del mondo, la sardegna assomiglia a una cella di isolamento piuttosto che a un rifugio creativo.
avevo proprio bisogno di vedere facce diverse che ingolfano i marciapiedi, sentire lingue mischiarsi in una meravigliosa cacofonia, sniffare odori nuovi o quasi dimenticati.
lo sapevate che firenze sa di cioccolato?
e l'odore di saracca ce l'avete presente? beh, non apena mettete un piede dentro venezia fate un bel respirone e la saracca vi restera' appiccicata alle narici come una piattola alla mutanda.
torino sa di frutta marcia, forse perche' il mio ospite abita vicino al mercato.
e milano di cosa sa? appena arrivo me la annuso.
ho dormito una notte a venezia, e adesso di nuovo treno.
la transpadanica.

da quando sono scesa dall'aereo, passo piu' ore sulle rotaie che nelle citta'.
quando guardo il mio mac appoggiato sul tavolino reclinabile mi sento tanto donna manager, se alzo il naso e mi fermo a guardare lo zaino fricchettone piu' borsa rattoppata piu' doppio sacchetto di plastica mi sento piu' che altro scappatadicasa.

musica: la locomotiva - francesco guccini

internet is dead - punk's not dead!

si vede che hanno girato il ripetitore...
o che mi hanno sgamato a scrivere aruotalibera e hanno deciso di farmi tacere
la censura d'altra parte e' cosi' di moda.
da un mese quel capolavoro di tecnologia che e' la chiavetta usb con scheda sim per navigare in rete non funziona piu'.
i miei contatti con il mondo esterno devono sottomettersi agli orari della biblioteca: ma io arrivo quando gia' stanno chiudendo, prego benevolenza, guardo velocissima se qualcuno mi pensa via mail, constato che no, in effetti non mi pensa nessuno, mi deprimo e vado a casa.
quello che succede nel mondo lo imparo dai giornali.
quello che succede a me e' ormai un mistero.
avevo deciso di scrivere un blog per due motivi:
1- terapeutico: almeno mi sfogavo digitando a voce alta le stranezze della normalita' che mi circonda.
2- sociale: volevo tenere tutto il mondo al corrente di dove stavo e che facevo, cosi' se un giorno smettevo di scrivere tutto il mondo mi avrebbe cercato, magari arrivando prima che mi tagliassero le orecchie per farne ragu'.
la tecnologia e' la grande beffa del nuovo millennio: ti da' l'illusione di essere global anche quando stai nel buco del culo del local, e quando ci stai credendo davvero si spegne.
e tu ti senti in un barattolo a cui hanno appena chiuso il tappo.
ermeticamente.
in inverno al paesiello fa freddo ma soprattutto piove.
il regno della noia si rivela in tutta la sua potenza mortale, mi chiedo come si faccia a vivere qui con la prospettiva che devi continuare a vivere qui anche domani e dopodomani e tra un mese e tra un anno.
comincio a capire il perche' dell'alto tasso di suicidi.
comincio a capire il perche' del rifugio nell'alcol praticato come sport di massa.
avevo gia' capito ma ora comprendo e condivido il perche' dell'emigrazione che anche oggi i giornali locali additano come una piaga endemica di queste terre.
e infatti sto emigrando anche io.
me ne rendo conto, mi viene un brivido...sara' caga o gioia? faccio un sorso di mirto.
torno in italia, ma quando lo dico in giro la gente mi corregge: non in italia, nel continente! in italia ci siamo gia'...e io penso che la separazione in fondo non e' tanto quella geografica ma piuttosto l'abisso temporale che ha fatto scivolare questo pezzo di italia in un'epoca alternativa.
come se l'italia fosse una boccia di champagne e la sardegna il suo tappo che un capodanno e' schizzato accidentalmente in un punto qualsiasi tra il pleistocene e l'era dei replicanti e da allora galleggia senza quasi rendersene conto, autoalimentandosi in un'illusione di realta'...
ehi, sto mirto fa di brutto!

musica: curami - CCCP

24 settembre 2009

i'm a looser, baby

insomma la smette o no?
chi e' che diceva 'non puo' piovere per sempre'?
eventualmente lo dico io...
ieri, tre volte mi sono inzuppata.
c'era il sole, alle 7.
il cielo era azzurroblu'.
io e il pandino sfrecciavamo sulla statale come fossimo un fantino e il suo cavallo, una bufaga beccorosso e il suo bufalo, una zanzara e la mia caviglia.
simbiotiche e felici, grintose e croccanti.
determinate. vincenti.
arriviamo al passaggio a livello. parcheggio.
sguaino la telecamera, piazzo il cavalletto.
microfono la signora.
alzo il naso, sole. vai!
rec.
splash.
in un attimo una secchiata di pioggia ci lava: la signora, la telecamera e io.
strike.
alzo il naso, sole. mi prendi per il culo?
potevo capirlo subito, la risposta era si'.
risalgo dalla stradina sterrata e a questo punto anche melmosa, ritrovo pandina che mi aspetta fradicia.
metto in moto, non parte. dai parti. no, non parte.
alzo il naso, piove a dirotto.
mi concentro e cerco di calmare il drago sputafuoco che mi sale dallo stomaco e minaccia distruzione tutto intorno a me.
va tutto bene. il mondo sara' dei looser un giorno o l'altro. evidentemente non oggi, ma bisogna solo aspettare.
evviva.
si ferma un signore, impietosito da questa figura accasciata sul volante di un pandino fradicio e ingolfato. ride.
cazzo ridi? e' la carburazione, dice.
ah, che storia, e adesso che lo so cosa pensi che cambi nella mia giornata perdente, grigia e inzuppata?
forse ha capito che sto per carbonizzarlo e senza ridere piu' mi insegna un trucco: freno a mano, folle, piede schiacciato sull'acceleratore. a palla. accendo.
vuuuuuuuuummmmmmm, il pandino fa un rumore che ho paura di schiantarmi in una collisione con plutone.
pero' parte!
mi sento molto piu' figa di cinque minuti fa, ce la posso fare, vado a fare la seconda intervista.
la signora e' simpatica, l'inquadratura mi piace, va tutto bene, mi sto anche divertendo...
rrrroooooaaarrrrr...leone? no, tuono.
cazzo no dai. invece si.
plop, plop, plopopopopopopsplaaaassshhhh
e due.
mi rifugio al bar della stazione, pochi secondi di distanza in macchina.
come entro, spunta il sole.
resto li' a guardare i raggi che mi sbeffeggiano dietro nuvoloni minacciosi, tutta inzuppata nella mia tutina da ferroviere, indecisa se piangere o ordinare un'acquavite.
decido che in quanto essere umano bipede e con il pollice opponibile, devo vincere io sulla natura.
mi schiarisco la gola, rddrizzo la schiena, pancia in dentro, petto in fuori, zaino in groppa, cavalletto in spalla.
torno al passaggio a livello per filmare il prossimo treno.
piazzo cavalletto, cerco bene bene la bolla, faccio un'inquadratura da paura, il fuoco e' preciso, sono pronta.
alzo il naso, plinx, un gocciolone mi prende in pieno la lente destra degli occhiali.
adesso vedo tutto psichedelico, come in uno specchio deformante del luna park.
mi viene troppo da ridere, smonto tutto e mi accascio col culo nella melma pensando di essere stata giustamente punita per aver peccato di ubris.
l'umano e' un prodotto della natura, come puo' pensare di dominarla?
se ne erano accorti duemila anni fa, e prometeo sta ancora legato alla roccia a farsi mangiare il fegato.
questa mattina la sveglia suona puntuale alle 6.
la pioggia scroscia convinta, entra pure acqua dalla finestra.
penso a prometeo, alla ubris, al il mio umore e alla sfiga.
io al mio fegato ci tengo.
tiro su le coperte, ci infilo sotto anche il naso.
oggi sciopero.

musica: i'm only happy when it rains - garbage


23 settembre 2009

il governo e' un ladro

piove.
stamattina un cielo grigio-neon tipicamente padano ha rimpiazzato le nuvole-batuffolo che nonostante il colore apocalisse restano pur sempre soffici e accoglienti.
questa panna nera montata mi ha regalato persino attimi di poesia al tramonto, quando il sole arancione ci si nascondeva dietro e lasciava spuntare solo qualche raggio.
ma adesso niente.
niente luce, niente ombra, niente panna, finiti anche i batuffoli.
solo un monocromo in scala di grigio, un cielo colorato con il pantone, quella luce che ti fa tenere gli occhi chiusi e la fronte aggrottata, cosi' sembro inversa anche se eventualmente non lo fossi.
ma tanto lo sono.
sono inversissima, quasi retroversa.
ipercritica e menosa.
pessimista e fastidiosa.
c'ho la gnugna, quello stato psicofisico onomatopeico che si cura restando sotto le coperte tutto il giorno, guardando la pioggia che picchia sul vetro e tu non la fai entrare.
e io cosa me ne devo fare della pioggia, la racconto facendomi uno sbattimento carpiato o me ne sto sotto le coperte?
monetina: testa coperte, croce esco.
cazzo, croce.
mentre mi vesto con una faccia come mike tyson subito prima che strappasse l'orecchio a morsi al suo avversario, penso che comunque la pioggia fa bene all'agricoltura.
questa e' una delle massime storiche di babbo, che dell'agricoltura non ne sa nulla, ne' vi si interessa minimamente, pero' si vede che sta stronzata gli piace proprio.
e me la ripete con entusiasmo, in particolare quando c'ho la gnugna, la metereopatia mi innervosice e mi fa proprio un bell'effetto sentire una massima storica a caso.
in questo paesiello incastrato tra due dighe che non riesce a ciucciare acqua ne' da una parte ne' dall'altra, il babbo potrebbe avere un suo fan club.
chiunque io incontri mi smolla del cibo, ormai comincio a pensare che sia un modo per impegnarmi le mani cosi' che non possa schiacciare rec.
una signora mi ha riempito di un dolce tipico chiamato gatto' (chissa' forse si scrive gateau pure qui...).
la preparazione di questo dolce molto amico del mio dentista e' piu' o meno cosi': si spedisce il proprio marito all'alba alla ricerca di mandorle nelle campagne intorno al paese.
il poveruomo si arrampica sui rami e ne raccoglie chili e chili che poi fa su in un fardellino e trasporta in groppa fino a casa.
successivamente le mogli si portano il bottino al passaggio a livello e li' spaccano le mandorle con una pietra aspettando il treno.
una volta pulite, sbucciate e sminuzzate, le mandorle vengono aggiunte allo zucchero caramellato, e il tutto viene steso su un piano di marmo e fatto a tocchetti.
ne ho mangiato fino alla nausea.
nonostante il diabete sicuro, non mi ha fatto passare l'umore di merda.

musica: himalayan yeti dub - zion train

18 settembre 2009

canne controvento

dopo un mese di finta-di-niente, non ho potuto resistere alla tentazione.
erano giorni che sentivo parlare di canne, vedevo gente fumare dei bob grossi come tromboni, sgamavo facce dagli occhi gonfi e rossi e dai sorrisi inebetiti.
e' risaputo quanto proibizionismo e moralismo coatto generino mostri sia nell'ambito delle sostanze sia in quello dei comportamenti sessuali e delle relazioni di genere.
piu' piccola e' la comunita', poi, piu' stretta la maglia del controllo sociale, piu' forte il gusto per la trasgressione e per la fuga da una normalita' immobile.
tradotto: nei paesielli la gente si annoia di piu', si fa di tutto, sta fuori come un geko e spesso non ha il minimo senso del consumo critico e svaria nell'abuso e nella dipendenza.
per altro verso, capire lo smazzo aiuta a tracciare una mappa geografica e sociale delle relazioni tra individui, tra gruppi, tra quartieri, tra paesi, tra citta', tra stati, tra mondi.
da cui il famoso detto 'capire come gira il fumo'.
forse questi miei pensieri derivano solo da un'innata predisposizione per lo stato alterato di coscienza.
la prima volta che mi sono fatta andavo all'asilo.
quella mattina avevo la febbre.
prima di uscire, mamma mi cala un'aspirina.
per bambozzi. all'arancia. effetto homer - ciambella, sto a rota in un attimo.
mamma esce, lasciandomi con una tata che si fa chiudere fuori dalla stanza senza manco voltarsi.
mi siedo sul letto con un pacco di giornaletti e faccio un gioco: leggo giornaletto - calo pasticchetta.
avevo una collezione di giornaletti e un pacco intero di aspirine all'arancia.
lo sballo sale man mano che la temperatura scende.
la tata non si e' fatta nessuna domanda, io non ho dato nessun segno.
ho continuato a non dare segni anche quando e' tornata mamma, anche quando mi ha scosso, schiaffeggiato, ribaltato.
dicono che ero blu. io non ricordo
la cosa che ricordo pero' e' un'infermiera cicciona e brutta che mi infila un ferro in gola e mi fa svomare anche l'anima.
chi si droga si svoma.
da quel momento tutte le sostanze che ho provato mi hanno fatto lo stesso effetto.
ho innaffiato diversi pavimenti, numerosi divani e qualche giardinetto con fiumi di cibo fluido misto succo gastrico guarnito di pezzettoni.
ogni volta che ho provato a sfondare il muro della percezione, mi si e' ripresentato l'ultimo pasto ingerito.
si vede che non sono fatta per le sensazioni forti.
pero' un gran cannone ci sta tutto.
qui si usa fumare in macchina.
tanto quanto si usa passeggiare in macchina, telefonare in macchina, fermarsi a chiacchierare in macchina.
fumando le canne in macchina la cosa piu' probabile che ti puo' succedere e' di scaccolarti sui pantaloni o, se la sfiga ti assiste, sul sedile in fintapelle.
il buco da scaccolo-di-canna e' sgamo sicuro, data la sua forma modello giotto che non ha altra possibile origine se non la gnolletta di fumo incandescente.
puo' andare gia' meglio se fumi erba.
ma qui si fuma fumo.
e quindi la toxic youth si e' ingegnata e ha prodotto uno strumento ad hoc.
il cocchino col buco.
si prende il culo di una noce di cocco, lo si leviga bene bene con la carta vetrata finche' non viene lucido, si pratica un forellino su un lato grande quanto un filtro di cannone, si posiziona con cura il cannone nel buchetto, filtro fuori e brace dentro.
in questo modo si puo' comodamente guidare reggendo il cocchino nel palmo di una mano, il volante nell'altra, senza paura di scaccolare in giro.
si percorrono le stradine di campagna, si incrociano altre macchine, ci si fa i fari se c'e' una pattuglia in zona: inversione a u e si parte per un'altro giro.
mai visto uno sbatti cosi' mostruoso per un cannone.
qui l'unica droga consentita che non sia monopolio di stato e' l'oppio dei popoli.
la toxic youth e' intrappolata tra l'impossibilita' di fare outing e la voglia di evadere, vivendosi la fattanza come una colpa da espiare con litri di collirio e chili di paranoia.
e alla fine ci si becca tutti al bar dove l'appartenenza a un corpo sociale coeso e omologato viene sancita tra fiumi di alcol, nella speranza che stasera il palloncino non tocchi proprio a te.

musica: hits from the bong - cypress hill

16 settembre 2009

woman with the movie camera

sto filmando senza sosta, senza ritegno e senza manco il tempo di riguardare il materiale.
sto filmando sempre e comunque, me ne vado in giro con il mio occhio elettronico e la gente sta cominciando non dico a capire cosa faccio, ma se non altro ad abituarsi all'idea che ho una protesi con lente leica.
tutto l'ecosistema mi si mostra piu' empatico, le cose succedono finalmente dentro il mio campo visivo e durante il mio tempo di rec.
le pecore sono passate sui binari mentre io ero li' a filmare, e manco le stavo cercando.
sono sfilate una dopo l'altra tra il mio obiettivo e le catene del passaggio a livello, belando e scampanando come da sceneggiatura.
l'ultima, che per definizione e' la pecora-zoppa, si e' fermata, mi ha guardato, e strizzandomi l'occhio mi ha detto: 'mbe-e-eh'.
un segno divino.
una dichiarazione d'amore.
forse quella pecora era la reincarnazione di me stessa nella prossima vita e io stavo vivendo un salto spaziotemporale stile la jetée.
oggi mi sono sparata un altro turno di lavoro con i cantonieri che sistemano i binari.
cominciamo all'alba, lavoriamo una mezzora.
arriva l'orario del primo treno, i lavori si interrompono, le pale e i picconi si addormentano lungo la massicciata e noi ci attacchiamo all'albero di fichi spulciandolo degli ultimi frutti maturi che ci appiccicano le labbra e anche il resto della faccia.
slurp.
passato il treno, si ricomincia. partiamo con il carrellino alla stalker verso un altro punto da aggiustare.
in discesa, il carrellino arriva a 50 km all'ora.
fast and furious. uno sballo.

il binario corre dentro la telecamera ipnotico, una mano mi prende per le bretelle evitandomi di cascare di faccia sulle traversine...era la mano diddio?
i cantonieri aggiustano i binari con pale, picconi, trivelle manuali, martelli giganti e forza bruta.
questi binari sono intrisi di sudore.
ore 10 a.m.
e' ora di pranzo.
con qualche difficolta' riesco a forzare il mio bioritmo, sposto il fuso orario e mi siedo alla tavola imbandita dentro la casa cantoniera fatiscente tra i picconi e le trivelle.
mangiamo le cose che ognuno si porta da casa dentro le borse termiche, beviamo il vino della vigna, mangiamo le verdure degli orti.
uno dei meglio pasti che io abbia mai consumato da quando sono qui, rutto libero incluso.
tutto sommato con gli uomini della ferrovia comincio a stabilire delle relazioni.
quelle che ancora mi sfuggono sono le donne.
le custodi del passaggio a livello che dovrebbero essere le star del mio film.
solo una mi si e' concessa senza problemi.
mi ha parlato senza dirmi di non filmarla, mi ha portato a casa e mi sta facendo entrare un poco nella sua vita.

le altre sono tutte molto schive, pochissimo protagoniste e non riesco a capire cosa fanno quando non stanno al passaggio a livello.
il problema e' in generale capire cosa fanno tutte le donne qui.
dove sono? con chi stanno? che passioni hanno?
ho conquistato mondo pecora e mondo uomo...adesso parto all'assalto di mondo femmina.

musica: power to the people -
curtis mayfield

10 settembre 2009

un po' fantozzi un po' cipputi

sto cominciando a fare le mie prime esperienze.
con la macchina, tanto per cominciare: una panda 750, quasi mia coetanea, appiccicato sul cofano l'adesivo 'signore, prega per noi' che ancora mi chiedo se sia una dichiarazione di sconfitta a priori o una sorta di monito minaccioso.
dentro, altri santini e un arbre magique.
gusto lemon. chettelo-dico-affa'.

questa tanto agognata macchina non ne vuole sapere di camminare.
l'accendo, si spegne.
tiro il freno a mano, lei scivola in su o in giu' a seconda di dove ho messo il muso, tanto qui di pianura non ce n'e'.
dopo la terza volta che mi lascia a piedi e mi costringe a raggiungere in folle un punto meno scosceso, mi rassegno e vado dal meccanico.
'ho dei problemi con la macchina...'
'mi stai criticando?'
'no, figurati, io? e' solo che si spegne ogni tanto e poi mi sembra il freno a mano non tenga molto bene...'
'ma guarda questi del continente, dammi le chiavi che la provo'
parte e torna dopo una decina di minuti.
parcheggia tirando la leva del freno con tutta la forza che ha in un braccio grosso quanto la mia coscia e sentenzia:
'la macchina funziona benissimo, fatti un giro alla scuola guida'
ah.
credo di aver fatto un'espressione a meta' tra l'anguilla e il muflone e lui, impietosito da tanta bestialita', si e' lanciato in una spiegazione pseudotecnica della teoria del punta-tacco-sgaso-sgommo.
ho capito tutto, e adesso ogni volta che parto il motore del pandino romba tipo boeing 747 e quando mollo la frizione si sente un fischio del tutto simile a quello del treno.
se poi sono in una delle tante -troppe- strade sterrate capita anche che piovano pietre.
la mia vita in ferrovia procede invece con grandi progressi.
forse non esattamente nella direzione che desidero, ma certo sono progressi.
mentre la dirigenza non mi caga di striscio, e ancora aspetto delle autorizzazioni a filmare che non arriveranno mai, sono stata adottata dal personale.
vesto tuta da lavoro blu con bretella e marchio aziendale, giacchetta sempre blu modello maoista '68-'70, con logo stampigliato sulla tetta sinistra, e oggi mi son fatta anche le scarpe anti-infortunistiche.
sto imparando dove sono le case cantoniere, che si chiamano con un numero e un kilometro di riferimento.
oggi ho fatto manutenzione lungolinea, portata insieme a pale e picconi su un carrellino ferroviario tipo stalker di tarkovsky.
sto anche cominciando a ricostruire l'albero genealogico della ferrovia: in questa azienda sono tutti figli di, fratelli di, sorelle, cognate, congiunti.
il lavoro si passava dai genitors ai figli e alle figlie.
mentre io ragiono su quello che osservo e ascolto con lo sguardo assorto, ho l'impressione che mi prendano tutti un po' per cretina, ma se questo servisse a farmi filmare serenamente non avrei nulla da dire.
il problema e' sfuggire alla 'sindrome da tronista'.
sembra che siano tutti vittima di una forma di protagonismo deviato da tv spazzatura e realiti scio' vari.
non riescono a concepire che mi interessi filmare la loro vita cosi' com'e' e sono altresi' convinti che un loro intervento sul tema laqualunque, sguardo-in-camera susciti in me e nell'eventuale spettatore successivo chissa' quale simpatia.
quello che e' sicuro e' che a me suscitano un odio assassino quando mi guardano dritto nell'obiettivo parlandomi delle bellezze turistiche della sardegna, e se continuano a innervosirmi cambio mestiere e mi faccio manovale.

musica: train in vain - the clash

9 settembre 2009

un tranquillo weekend de paiura

sveglia ore 4.30
e' tutto buio, fa un freddo porco.
per fortuna da qualche giorno siamo in due e lo sbattimento condiviso pesa meno.
ci incamminiamo su per le stradine del paese che dorme, camminando felici in mezzo alla statale deserta.
dopo pochi minuti ci ritroviamo in cima a una collina, alla luce della luna piena, a filmare wargames:
oggi e' l'ultima giornata di caccia alla tortora.
omini in tuta mimetica e cinturone-cartuccera si aggirano per le campagne cercando i punti migliori per l'appostamento.
si piazzano, fucile in spalla.
aspettano.
aspettano.
aspettano.

all'improvviso scorgono un puntino nero nel cielo, si abbassano, mirano e...boom!
ci sono anche quelli organizzati, che costruiscono dei nascondigli mimetici di frasche e sterpaglie, con dentro un comodo seggiolino, per ingannare meglio l'attesa e il nemico.
il mio animalismo militante si fa un attimo da parte per lasciare spazio alla meraviglia verso questo gioco collettivo.
si gioca a chi ha il fucile piu' bello, a chi ha le cartucce piu' fighe e a chi e' piu' bravo a evitare la forestale, dopo aver sparato a pennuti che oggi dovrebbero passarla liscia, ma gia' che siamo qui tutti vestiti e armati fino ai denti perche' no.
non vediamo nessuno oltre ai 'nostri' cacciatori-mimetici ma come sorge il sole scopriamo che stiamo camminando su un tappeto di bossoli.
erano tutti qui da qualche parte, ma ben nascosti perche' la tortora, un po' come la sfiga, ci vede benissimo.

rientriamo verso ora di pranzo, a mani vuote.
lunga vita alla tortora!
sulla via del ritorno incontriamo creature mutanti che portano appesi alla cintura grappoli di cadaveri piumati e un sorriso che scintilla testosterone stampato sulla faccia.
tutti hanno uno o piu' fucili dentro casa. questo pensiero basta a gelarmi il sangue.
questa caccola di paesiello e' un'arsenale!
torniamo alla casa-convento, dove i gechi fanno da tappezzeria itinerante.
una mantide religiosa si aggira in cerca di un marito con cui accoppiarsi prima di ucciderlo.
faccio una passeggiata, e mi fermo sotto un albero di fichi a ingozzarmi e impiastricciarmi indisturbata.
stasera cenetta a base di uova di gallina cilena col becco blu che razzola in un'aia qua vicino aspettando di diventare brodino e pomodori dell'orto.
la natura e' un misto di poesia e cattiveria con cui faccio difficolta' a misurarmi.

musica: natureland - amon tobin

3 settembre 2009

2 settembre 2009

pecorella smarrita

sono tre giorni che le cerco.
mi sveglio all'alba, mi doccio in fretta, ingurgito il caffe' scottandomi la lingua e parto in appostamento.
sono tre giorni che mi paccano.
maledette pecore.
stamattina ero li' alle sette meno un quarto, nel posto dove una volta le ho viste sfilare,
tutte imbutate in una stradina piccola piccola che porta in campagna.
un fiume in piena bianco e scampanellante.
voglio che questa visione entri nella mia telecamera.
aspetto un'ora. zero pecore.
sento in lontananza il loro din-don beffardo, sono intorno a me ma non le vedo, come i visitors.
passa un giovane mattiniero, e mi dice che di fronte al suo podere e' appena passato un gregge, che poi saltellando ha scavalcato i binari del 'mio' trenino e si e' sparso per i campi.
la scena madre del film si e' appena svolta da un'altra parte. sono la regina della sfiga.
torno al convento-casa sconsolata, mi accascio sul letto e mi addormento.
mi sveglio con un suono nelle orecchie:
dleng-dleng-din-don-dan-sdleeng
e' la pecorite o lo sto sentendo per davvero?
esco dal portone. bastarde.
il fiume peloso scorre nella stradina sotto casa mia, contro ogni aspettativa, alle tre del pomeriggio, sotto un sole torrido.
mi viene il tiro-pitíro, quello scatto di nervi che a volte prende il sopravvento sul tuo libero arbitrio.
corro dentro, infilo lo zaino con la camera e delle scarpe a caso e mi precipito fuori.
ovviamente non c'e' piu' nulla, ma ormai ho deciso. conquistero' la pecora!
mi incammino sulla stradina verso le campagne, ascoltando per orientarmi il rumore dei campanacci e seguendo le tracce di merda a pallini lasciate dalle stronze belanti.
pallino, campanaccio, pallino, be-e-e-e-e. eccole.
sono li', ammassate a gruppi, come nuvole in un cielo giallo paglia.
il campo e' recintato, impossibile avvicinarsi. provo a filmare, ma mi trema la mano mentre le gocce di sudore cadono sulla camera. sono pure in controluce.
l'unico albero della zona ricama un merletto d'ombra sulla stradina.
mi faccio ospitare per riprendermi e appena i miei due neuroni si incontrano realizzano che c'e' un problema.
ci siamo persi, io e i miei due neuroni.
qua intorno si vedono solo campi gialli e zolle di terra arida grosse come cocomeri, nuvole di panna montata, cielo blu, sole-a-picco, agglomerati di pecore e un albero.
penso a peter mettler, maestro del cinema documentario, che in un suo film parla della differenza tra il guardare e il cercare: tra il looking at e il looking for.
in sintesi, chi cerca qualcosa non becca mai un cazzo mentre chi si lascia portare in giro dallo sguardo ottiene come ricompensa lo spettacolo della realta'.

e bella peter.

musica: sunrise - norah jones

1 settembre 2009

bat-woman

mi viene a prendere un tizio su un suv da gruviera nell'ozono.
il telaio mi arriva all'ombelico, salendo mi si strappa il nervo sciatico.
niente bestemmie, solo una smorfia. molto signorile.
arrivo a sta cena di creativi sardi.
siamo a cagliari, un quartiere-vista-mare.

entro in una casa ultimo piano con doppio terrazzo e mi trovo davanti una serie di facce dal sorriso di plastica e corpi dal look omologato:
lui: magliettina fred perry colore a scelta, pantalone lungo in cotone chiaro o scuro basta che faccia tanto barca a vela, timberland basse o scarpe da tennis rigorosamente lacoste o pirelli.
lei: abito nero per forza, lungo o corto a seconda di come stiamo messe a depilazione, senza reggiseno se non ci sono tette da nessuna parte, con reggiseno a bretella trasparente se qualche tetta c'e', ma non si deve notare che non sta su da sola. trucco a profusione, gioielleria.
io: pantalone tradizionale cambogiano, il 'pantalon paysan', usato la' per lavorare nei campi. nero. magliettina decathlon taglia tredicenne che mi va abbastanza stretta da fare effetto attillata. nera. 'garbasar' somalo (pezza usata per mettersela in testa dalle donne locali) come scialle. nero.
manca solo il taccododici ma nel complesso ho un mio stile che fa un po' radical-chic, un po' aristo-freak e un po' ethno-snob. impeccabile, senza se e senza ma.

c'e' pure una tipa che avevo conosciuto a milano anni fa.
l'ultima volta che l'avevo vista era sversa nel piazzale di un dismessone di periferia, all'alba di un rave illegale.
non ci stavamo molto simpa. ora si e' tutta plastificata anche lei e con un sorriso fintissimo dice: ma ciaaaaaaaoooooo...ma cosa faaaaiii quaaaa!?
le propongo di andare a fumare una siga con l'unico scopo di chiederle di non rivelare in quale ambiente ci siamo conosciute.

ma va, tranquilla, dice lei, qui e' tutta gente di sinistra.
anvedi.
con un rispettabile ritardo arriva l'ospite d'onore: un'artista cinese che ancor prima di salutare si avventa a strafocchio sulla salsiccia ruspante.
passo la serata discutendo di diritti umani con un simpatico yankee che mi pare l'unico fatto di flesh and blood invece che di polimeri, e che se ne sta in un cantuccio vista la scarsa pratica di lingue straniere che aleggia nell'aria.
a un certo punto ci interrompono per richiamare l'attenzione su un momento importante.
le proiezioni.
parte l'artista cinese, mostra il dvd della la sua opera d'arte masticando ancora il salsiccione.
applauso.
tocca al giovane art director, che mostra il progress del concept dell'ultimo prodotto corporate curato dalla sua agenzia.
applauso.
sob.
tutti gli ospiti devono sottoporsi a questo rituale e battersi le manine a vicenda.
mi sento come quando applaudono al pilota dopo l'atterraggio.
senzasenso
tocca a me. schivo. non ho nulla da mostrare, aborro youtube, ho lasciato a casa lo showreel, mi son dimenticata il portfolio. tie'.
dunque questa e' la sinistra.
torno col pensiero al 'mio' paesiello, sperduto nel nulla, dove sono tutti di destra.
dove tutto pero' mi pare schietto, verace, de core.
odio e amore si leggono nelle rughe del viso, la mentalita' e' chiusa come un tappo salvafreschezza e le cose ti arrivano in faccia e allo stomaco senza tanti formalismi.
sono cresciuta a pane e riot, laboratori sociali autogestiti, occupazioni abusive.
la sinistra era immaginazione, sovversione, fantasia (al popolo).
la destra grigiore, repressione e stereotipo.

ho la vaga impressione che il mondo si sia ribaltato.
oppure sono diventata un pipistrello, cia' che volo via...

musica: l'anguilla - 99 posse

31 agosto 2009

come una bestia feroce

mi presento all'ufficio tecnico del comune all'orario stabilito.
busso. niente.
abbasso la maniglia. porta chiusa.
senza troppa voglia, chiedo alla signora della stanza a fianco, che gia' ha avuto modo in svariate occasioni di dimostrarsi simpatica come un dito in culo.
sfoderando il suo ghigno di impiegata stronza mi risponde che no, il tipo non c'e' e se c'e' e' impegnato.
mh.
chiamo il tipo. nessuna risposta.
gli mando un messaggio: 'scusa, mi hanno detto che sei impegnato, quando posso ripassare?' (leggi: 'brutto coglione, mi hai detto di passare a quest'ora e non ti fai trovare, cazzo fai, mi prendi per il culo?').
puf, ecco che il tipo si materializza.
bene, entriamo.
parliamo della macchina. quella che mi avete detto che posso usare, e continuate a rimbalzarmi.
c'e' o non c'e'? che se non c'e' mi organizzo.
certo che c'e', e come no?
bene, che gioia, quando posso appoggiare le chiappe sul sedile e cominciare a lavorare?
serve un'autorizzazione.
ah, certo, facciamola.
la deve fare pinco.
ma pinco mi ha detto che l'ha fatta.
si ma la deve poi dare a pallino. ripassa domani.
mmhh.
bene, allora ripasso domani, firmo e la prendo.
no, poi deve andare dal meccanico.
ah, e quando?
non si sa, costa molto farla riparare. ci dobbiamo pensare.
se il problema e' questo, pago io.
ma nooo, figuuurati, e che scherzi?
mmmhhh.
e allora, cosa (cazzo) devo fare per potermi spostare in questo posto (di merda) dove non esiste trasporto pubblico ne' privato e se ti va bene passa una corriera al giorno a un orario che sa solo dio, che si ferma a caso non essendoci una fermata e che ci mette tre ore a fare 40 kilometri passando da tutti i (cazzo di) paesini anche quelli disabitati?
tra qualche giorno ne riparliamo, per ora aspetta.
mmmmmhhhhhh.
eccolo, lo sento.
sta salendo dal fondo della spina dorsale.
quel brivido lo conosco, si ferma nel cervello e esplode.
le gengive cominciano a sanguinare, la pelle dele mani si spacca.
mi spuntano canini del bengala e unghie feline.
le orecchie si fanno a punta, naso e bocca si deformano in un muso feroce, gli occhi escono dalle orbite, gialli, la pupilla a fessura.
si scatena in un attimo.
spruzzi color porpora innaffiano le pareti dell'ufficio tecnico del comune, schizzi di cervello impiegatizio scivolano sul pavimento di linoleum, brandelli di carne si spiattellano sulle mappe catastali.
non dovevate farmi innervosire.
esco lisciandomi la maglietta e richiudo la porta con garbo.
mi serve uno stuzzicadenti.


musica: misirlou - dick dale & his del-tones

30 agosto 2009

nell'apposita vaschetta

vaschettare: verbo intransitivo.
dicesi del movimento oscillatorio su e giu' dalla strada principale del paese effettuato a tutte le ore del giorno per un tempo che varia da qualche minuto all'infinito, rigorosamente in macchina.
fondamentale nella pratica della vaschetta e' l'uso del clacson per salutarsi da una macchina all'altra e da macchina a pedone, nel caso uno sia cosi' sfigato da non avere un mezzo o troppo piccolo per guidare.
il vaschettare e' chiave di lettura fondamentale per cominciare a capire il genius loci del posto.
si parte dall'inizio del paese, piazzato per convenzione in corrispondenza del distributore di benzina (sara' un caso?) e si risale lungo la via principale fino al piazzale della stazione.
qui le macchine si mettono tutte in fila per girarsi a U e tornano indietro, ricominciando il giro al contrario.
arrivate al distributore, altra coda, altra U e si ricomincia.

il guidatore in effetti non riesce a vedere chi c'e' seduto sul sedile dell'altra auto.
da' per scontato che sia il proprietario, dal momento che qui tutti conoscono il modello di macchina del prossimo. alcuni sanno persino le targhe degli altri.
e cosi' c'e' gigi-quello dell'alfa 158 BW1234X, pippo-della renault sticaz AB67XYZ e cosi' via, tutti a farsi bi-beep lungo la statale senza marciapiede che taglia il paese.

se uno ha la macchina dal meccanico o se gli hanno ritirato la patente dopo avergli fatto il palloncino (cosa parecchio diffusa, quasi che si guadagnassero punti simpatia a ogni ritiro), chiede un passaggio a qualcun altro.
il passeggero puo' cosi' vaschettare felice, e il guidatore gode ad allungare il vaschetta-tour per andare a prendere l'amico.

la scoperta del concetto di vaschetta ha squarciato il velo sul mio stato di disadattata: se non fosse gia' sufficiente essere vegetariana (ormai tradotto qui con 'biologica' e pronunciato con un imbarazzato disgusto), io sono pedona e pure fiera di esserlo.
ho sempre rifiutato i passaggi in macchina e ogni volta che cammino lungo il non-marciapiede della statale sclero quando qualcuno mi strombazza, senza riconoscere ne' modello di auto, ne' numero di targa.
forse qualche volta ho pure sfanculato l'automobilista molesto.

adesso che ho imparato questo piccolo codice del mio nuovo micromondo, ho preparato un'autodifesa:
- quando esco, cerco di percorrere sempre strade secondarie e mai la statale delle vaschette.
- se proprio devo passare dalla strada principale, guardo fisso per terra o in un punto indefinito dell'orizzonte, come se fossi rincoglionita o molto assorta in un qualche pensiero ultraterreno.
dopo tutto, meglio che la gente pensi che sono stordita piuttosto che irriverente.

musica: je m'en fous pas mal - edith piaf

28 agosto 2009

primanotte in compagnia

ehi, ma cagliari e' una metropoli tentacolare!
ci sono le strade a senso unico, quelle pedonali, dei veri marciapiedi, i taxi e addirittura i mezzi pubblici!
dopo quasi due settimane di rural-hard-core essere in n posto cosi' mi fa sentire come se fossi a new york: stupita, affascinata e preda di un consumismo vorace. spendo tutti i soldi che ho in un centro commerciale, su e giu' per le scale mobili, scivolando appesa al mio carrello gonfio.
torno a casa stanca e felice, con l'ultima corsa del trenino diesel che si lascia alle spalle le luci della citta' facendosi strada tra i campi e le vigne.
questo e' il trenino dei miei desideri, questo sara' il set del mio (speriamo che sia) film.
e' figo, e' figo, e' figo, e' figo.
recito il mantra dell'autoconvincimento mentre il nulla mi risucchia.
casa: e' la mia prima notte nella mia nuova casa, un ex convento di pietra.
grande, silenzioso, con una vista magnifica.
sono emozionata come una bambina sulle giostre.
decido che voglio vedere l'alba, punto la sveglia alle 6 e mi accascio sul letto.

ore 5:09
'ciao'
'ah, ciao'
'che fai, dormi?'
'no, figurati, stavo riflettendo a occhi chiusi'
'e' un po' che non ci vediamo, mi mancavi'
'tu no'
'peccato, ma tanto adesso sono qui e non me ne vado'
'non potresti tornare tra un'oretta, ho messo la sveglia presto...'
'no, qui sono e qui resto, dai, fammi un caffe''
'ma...'
'no'
'...io volevo...'
'nooo'
'...dormire ancora un po'...'
'noooooo'
bentornata insonnia, la mia amica del cuore.
quando viene a farmi visita si presenta tra le 4 e le 5 del mattino, si piazza e non se ne va.
ogni volta mi tocca inventare qualcosa per riempire il tempo che mi separa dalle prime luci, poi di solito finisco in giro a zonzo a filmare qualche cosa.

qualsiasi cosa, tanto lei mi lascia sempre in uno stato alterato di coscienza per cui ogni cosa che vedo mi sembra pura psichedelia.
ooohhh...un trattoooreee
uuuhhh...il cielo bluarancioviolettoooo
eeehhh...un cavalloooo
sono in pigiama, sul cocuzzolo del convento, appesa al cavalletto, spippolando frenetica con
la telecamera.
forse l'unico spettacolo psichedelico qui sono io...

25 agosto 2009

chronicles from outer space

mi presento in municipio poco prima dell'una.
trovo pucci, il tuttofare comunale, in grande agitazione.
su tutti i documenti che ha stampato questa mattina ha messo la data di domani.

"certo" dice "mi sono allineato con giove, e' per questo che sono un giorno avanti".
lo guardo convinta di non aver capito la battuta, ma lui e' serissimo.
soprassiedo un po' perplessa, lo lascio su giove e mi incammino verso l'ufficio del sindaco.
susy ('su-sindacu') anche detto 'el alcalde', e' una superpotenza locale.
presente quanto una divinita' panteista, tiene d'occhio tutto (e tutti) in un clima da grande-fratello-fai-da-te.
orgoglioso della storia e della tradizione del paese, sembra contare molto sulla buona riuscita del film per portare alla ribalta l'identita' locale.
questa cosa mi crea un'ansia cosmica, ma evito di renderlo troppo palese e in sua presenza indosso una maschera di donna sicura e molto professional.
anche perche' susy e' la mia unica speranza per avere una casa e una macchina con cui spostarmi.
un po' un obi-uan-kenobi dell'entroterra sardo, speriamo non sia solo un ologramma...

susy mi invita a 'uno spuntino in campagna'. accetto.
la macchina abbandona la strada asfaltata inerpicandosi su per uno sterrato, dentro a una vigna, e si ferma di fronte a una casa, la tipica casa sarda che ha come primo ambiente 'sa lolla', una grande, molto grande sala da pranzo che unisce l'ingresso alle altre stanze.
nella 'lolla', una trentina di uomini, solo uomini siedono attorno a una lunghissima tavolata ricoperta di cibo e bottiglie di vino.
ma dove sono le donne?
le donne qui non partecipano agli 'spuntini', non vanno al bar, le vedi ogni tanto ochieggiare da dietro una finestra. chiusa.
le donne qui sono quasi invisibili.
siamo sul pianeta u0m0.
e io ho deciso di fare un film sulle donne. sono un genio.
entrando, questi trenta maschi piu' o meno adulti si voltano come se avessero visto ET, con lo sguardo di chi non sa bene se e' gia' ubriaco o se deve solo aspettare che mi si accenda il dito per poter volare in bici sulla luna.
metto su la maschera della femmina sicura e a suo agio, mando giu' un grumo di saliva mista a panico e mi siedo in un angolo della grande tavolata.
come antipasto, arriva un piatto di cozze crude.
mai mangiate le cozze crude, la mamma non vuole. dice che fanno venire l'epatite, il colera e forse anche la cellulite cronica. faccio finta di niente. mi guardano tutti.

cazzo, la cozza.
gran respiro, un ultimo pensiero per la mamma e la cellulite cronica e glup, questa cosa molle che sa di limone salato scivola giu' per la gola con la nonchalanche di un terrorista imbottito di tritolo che prende l'autobus all'ora di punta.
poco dopo, le facce abbronzate dei miei commensali si illuminano di un sorriso godereccio.
mi volto e mi trovo di fronte i tre porcellini. sono proprio loro, piccoli e cicciotti come quelli di walt disney, ma invece di agitarsi scappando dal lupo sono immobili, stesi su piatti da portata, aperti in due e a pancia in giu', gli occhietti chiusi e il muso contratto in un'espressione assente.
questa volta resisto, non saro' complice dell'infanticidio.
terminato lo scempio dei cadaveri, arriva del formaggio.
finalmente una cosa normale.
sarebbe bello, ma si sa che da vicino nessuno -e nulla- e' normale.
come per magia, il formaggio si anima, comincia a muoversi, letteralmente a saltare.
ecco i primi sintomi del delirio da cozza cruda, ho le visioni, mamma perdonami, sto per morire.
invece il mio vicino mi porge con enfasi una fetta di formaggio cinetico: 'casu marzu' (formaggio marcio, prelibatezza ricoperta di vermi e gran privilegio del palato).
felice di essere ancora nel pieno delle mie facolta' mentali, freno un piccolo conato di vomito e accetto la fetta sgrullandola da ogni forma di vita e riportandola alla sua natura statica e inanimata.

mi interrogo sul senso della parola 'spuntino': sono passate gia' tre ore, comincio a pensare di essere stata sequestrata dall'anonima mangioni.
a un tratto si avvicina il padrone di casa, passo incerto e occhio liquido, e si profonde in una serie di ringraziamenti. grazie per essere qui, finalmente e' arrivata, era molto che la aspettavamo, faccia un buon lavoro...comandante.
spaesata come poche altre volte mi e' successo, ringrazio per i complimenti e l'ospitalita' e gli auguri di buon lavoro, lasciando perdere questo fatto del comandante che interpreto come un tipico modo di dire sardo.
il tizio e' contento e si va a sedere.
susy ha colpito ancora: forse per difendermi dall'euforia alcolica che mi gira intorno, forse per divertirsi alle spalle mie e di tutti i commensali, el alcalde ha avuto la geniale idea di vendermi come il nuovo maresciallo della caserma locale.
essendo seduta in mezzo ai carabinieri (azz...erano in borghese...avro' detto cose illegali?), il gioco e' risultato facile e di sicuro effetto.
il paese e' piccolo, la gente chiacchiera e da quel pranzo la gente mi saluta al grido di 'buongiorno, comandante'.
mai avrei pensato di fare una carriera cosi' fulminante nell'arma dei carabinieri.
benvenuti sul pianeta nonsense

musica: time warp - the rocky horror picture show

24 agosto 2009

volere volare

sono il trapezista che ha appena mollato il trapezio.
il trapezista sa che ci dovrebbe essere il suo compare all'altro capo del baratro, a testa in giu', pronto a prenderlo al volo.
che ci dovrebbe essere la rete la' sotto su cui rimbalzare se la presa del compare non fosse abbastanza forte.
il trapezista lo sa.
e molla il trapezio con slancio e fiducia.

e vola, in un cielo blu intenso, sopra i campi giallissimi bruciati da un sole caldissimo tra le nuvole a batuffolo che fanno solo scenografia, niente ombra ne' pioggia.
vola sul nulla.
non avevo mai pensato a quale forma potesse avere questa parola ma adesso ne sono certa: il nulla e' qui, tutto intorno a questo budello di paese intorcolato su per la collina.
un posto con le strade troppo strette per i camion troppo grossi, in cui le case sono sfregiate delle manovre di chi e' convinto che il doppio senso di marcia non abbia relazione con la larghezza della carreggiata ma sia una legge divina superiore, un dover essere indipendente dalla effettiva topografia del territorio.
qui il pedone non conta un cazzo.
e' un elemento di disturbo del traffico che -in aperta sfida alla vita e con assoluto sprezzo del pericolo- decide di percorrere senza carrozzeria le striscie di asfalto che segnano la collina.
il concetto di marciapiede non esiste e dove pure hanno deciso di metterlo e' una barriera architettonica alta mezzo metro in cui si puo' camminare solo mettendo un piede davanti all'altro, in fila, con un effetto sculettamento piuttosto imbarazzante.

questo e' un posto in cui la controra dura troppe ore, da mezzogiorno alle cinque.
in questo non-tempo il nulla mostra tutta la sua potenza: nulla si muove, nulla si sente, le finestre sbarrate, i negozi chiusi, in giro non si vede nessuno.
il trapezista vola sulle case di pietra e sulle facce di argilla scavate dal vento, sulle apecar verde scuro e i trattori arancioni.
libero nella sua caduta, si sente creatore e padrone del suo destino.
e' pieno di fiducia il trapezista, e si ubriaca lo sguardo di tutto quello che gli passa accanto.

...fino a qui tutto bene...
riuscira' nel suo volo a lavorare, costruire, immaginare, raccontare, senza che il nulla gli bruci le ali?
riuscira' a gestire un libero scambio di umanita' senza cascare dal pregiudizio allo stereotipo?
intanto continua a volare, tenendosi stretto alla fiducia nella sua caduta libera.
...fino a qui tutto bene...
il problema non e' la caduta, diceva said, antieroe della banlieue, ma l'atterraggio.
e il trapezista comincia a pensare che il suo grosso culo forse una funzione in fondo in fondo ce l'ha.

musica: nick la police - dj cut killer

15 agosto 2009

vieni via con me

partita.
mi rendo conto che ho vissuto in questi anni nel posto piu' bello del mondo.
sara' cosi' per tutti quelli che partono?
probabile.
la prima tappa, quasi un pedaggio, e' nel ricco e produttivo e ignorante e consumista e esteticamente offensivo nordest, con tutta la famiglia.
tutta, proprio tutta, in un tripudio di idiosincrasie e manie senili miste a pannoloni sporchi e pappe dei cani.
immagino di poter imputare al corpus familiare tutti i miei errori e le mie debolezze.
in fondo non e' a questo che serve la famiglia?
la famiglia paterna mi ha sempre cagato pochissimo.
forse perche' ero la piu' piccola dei nipoti/cugini, quando sono nata ho trovato una nonna che aveva gia' dato, degli zii troppo presi dai loro pargoli e dei cugini troppo grandi per occuparsi di una caccola come me.
nonno, non pervenuto.
dalla parte della mamma, invece, ero la nipote piu' grande.
la nonna mi adorava.
il nonno era appena morto, quindi io, nascendo, avevo fatto da tappo alla sua emotivita' in subbuglio.
la nonna mi adorava.
mi faceva entrare nella sua stanza quando volevo, addirittura potevo dormire con lei. nessuno aveva un dubbio su chi fosse la preferita della nonna.
mi sentivo importantissima quando stavo vicino alla nonna.
la nonna era fervente: ferveva per la religione per prima cosa, ma anche per la famiglia, l'ordine, la pulizia, le verdure cotte e il meteo.
integralista della tradizione, ne custodiva le regole con disciplina militare. impossibile espugnarne i baluardi, la nonna sapeva alternare la diplomazia alla guerra meglio di un capo di stato.
il concetto di base era piu' o meno: "e' sempre stato cosi' e cosi' sara' sempre".
una volta il babbo aveva provato a scalfire la sacra tradizione familiare.
l'oggetto del contendere era -niente meno- il nome che mi sarei dovuta accollare per tutta la vita.
il babbo non era esattamente il modello di principe azzurro che aveva in mente la nonna: intanto non era un principe ma uno sfigato intellettualoide che stava sempre col naso su qualche libro o in giro per il mondo in paesi sporchi e pieni di malattie.
e poi non aveva la fede. non andava in chiesa, non faceva il segno della croce prima di dormire.
e come se non bastasse, era comunista.
a dire il vero la mamma era esattamente uguale al babbo, tanto che per i primi tempi facevo molta fatica a distinguere un genitore dall'altro.
ma per la nonna la mamma attraversava un periodo, dopo il quale sarebbe tornata nei ranghi pseudonobili della famiglia, riconoscendo quei valori fondamentali per i quali appunto la nonna ferveva (meteo compreso).
al babbo invece andava al piu' presto fatto capire chi comandava.
in tutto questo, io avrei dovuto chiamarmi pietro, ma in quell' unica occasione sono stata graziata dal destino e sono uscita femmina.
a quel punto la scelta era caduta su un impegnativo maddalena, scatenando le ire della nonna: mai la famiglia avrebbe abbandonato la tradizione per cui i primogeniti prendono il nome del capofamiglia.
il capo-famiglia in questione era appunto il nonno appena passato a miglior vita, e non doveva essere un santo.
si raccontano leggende su come risolvesse le discussioni domestiche minacciando con il fucile da caccia il malcapitato interlocutore. e fuor di leggenda, dopo la sua morte la nonna casa-chiesa-famiglia e meteo si e' ritrovata un'epatite c di dubbia provenienza.
il nonno obiettivamente doveva essere uno sfigato con una ricca collezione di frustrazioni.
lo zio, figlio primogenito, portava il nome del nonno.
nomen-omen, il destino nel nome, lo zio ha dilapidato il patrimonio della famiglia, ha fatto una serie casuale di figli con donne diverse, trovandosi alla fine senza donne ma con tutti i figli. e' finito a vivere con la nonna, che non avendo piu' altro da dargli divideva con lui fervore, verdure lesse e meteo.
io, primogenita tra i nipoti, non potevo dunque portare altro nome che quello del nonno.
il fatto che in famiglia chiunque porti quel nome sia un looser totale non ha nemmeno sfiorato i pensieri della nonna ne' quelli della mamma.
il babbo, che aveva sottovalutato il potere del matriarcato, e' stato distratto ad arte e non si e' nemmeno reso conto che la sua creatura stava immersa in una pozza battesimale ricevendo un marchio di sfiga eterno.
o forse tutti sapevano e pensavano che io, forza della natura, avrei rovesciato le sorti gia' scritte dentro il nome e riscattato non solo me stessa ma anche tutti i "me" della casa, segnati a vita dalla grande-sfiga.
c'e' bisogno di dirlo?
avevano tutti torto.

musica: lieto evento finale - ustmamo

10 agosto 2009

lo zen e l'arte della composizione del bagaglio

traslocare ad agosto e' una prova di coraggio.
traslocare ad agosto mestruata e' una tortura.
mi sveglio presto senza sveglia, col chiaro ricordo di un sogno che non ricordo e una sensazione ovattata di rincoglionimento come se camminassi lasciando la scia.
accendo il ventilatore, metto su il caffe': flop flop flop interno-cuba, una pala che muove l'aria languida, il sole che brucia un pavimento rosso, il ghigno dei gabbiani in lontananza.
per terra, le valigie dell'emigrante. tutto intorno, una sintesi di me stessa in forma di magliette-pantaloni-calze-calzini-calzetti-una camicia perche' non si sa mai, persino una gonna piu' che altro di buon auspicio. visto che la porto, magari avro' anche il coraggio di metterla...
quando si parte ci si confronta sempre con quel momento di autoanalisi che e' fare un bagaglio: noi siamo quello che ci portiamo via. e quanto e' piu' semplice dimenticarsi cose utili piuttosto che frivolezze e feticci? quando si trasloca per svariati mesi bisognerebbe farsi fare la valigia direttamente dallo psichiatra. che poi, voglio dire, che diritto ha una compagnia aerea di mettersi in mezzo in un momento cosi' delicato imponendo pesi e misure del tuo alter ego a rotelle? non so quanto pesino 20 chili, puo' essere che morirei schiacciata dalla mia stessa valigia. ma il solo fatto di non poter superare questa soglia mi crea un senso di impotenza di fronte alla burocrazia opaca e ostile e un sottile desiderio di sovversione dell'ordine costituito. come in brazil vorrei invertire i tubi della posta pneumatica e fare ingolfare il sistema.
il mio ultimo compromesso tra volere e potere e' sparso sul pavimento e minuziosamente diviso in sezioni: inverno-estate-scarpe-mutande-calze-robadabagno-libri-tecnologia. comincia il difficile lavoro di incastro: inverno a sinistra, estate a destra, robadabagno in un'apposita borsetta, libri a fare da tappo, scarpe e biancheria negli angoli.
non si chiude.
mentre mi asciugo il sudore ripenso a tutti gli elementi del mio puzzle e alle occasioni in cui possono servirmi. elimino due pezzi dalla sezione inverno, tanto arriva tra un po'. la parte estiva puo' allargarsi e creare dello spazio utile. le scarpe e la biancheria vanno a occupare improbabili interstizi tra le magliette, l'apposita borsetta salta, e la roba da bagno si disperde negli angoli piu' remoti della valigia.
si chiude. evviva. si chiude.
sembra una signora troppo grassa in un vestito troppo stretto. pero' si chiude.
resta fuori solo il reparto tecnologia, che posso tuttavia portare con me in cabina, a patto che sia "di dimensioni totali non superiori ai 115 cm (55 cm di lunghezza, 25 cm di altezza, 35 cm di profondità)". armata di metro da muratore mi avvicino alla seconda valigia, ancora indecisa su quale sia esattamente l'altezza e quale la profondita' di una valigia.

musica: random i am - millencolin

6 agosto 2009

la creazione

adesso mi fumo una siga...
non credevo davvero fosse cosi' difficile aprire un blog.
e ancora mi interrogo sulla sua utilità.
per il momento mi devo forzare e usarlo. scrivere. devo imparare a scrivere.
raccontare una storia è raccontare
una storia
sia che si usino le parole sia che si usino le immagini
.
se sarò in grado di seguire il filo del mio discorso scrivendo
mi sentirò molto meno in panico.
credo.
spero.
comunque, questo sarà l'unico dei buoni propositi
che mi infliggerò durante il mio esilio sardo...
e speriamo che me la cavo.